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PIU' FORTE DEL MALE


 

Casa editrice: Piemme

Anno pubblicazione: 2007

Prezzo Copertina: 12,50

Prezzo Scontato: 10,00

Pag: 191

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- Sei tu, papà?

Gli occhi inchiodati sul soffitto, sono sdraiato, la schiena schiacciata sul materasso, il piumone mi avvolge tutto intorno. Trattengo il respiro, e mi accorgo di quanto rumore riesco a produrre anche se mi sforzo di rimanere immobile. Ascolto il cuore che batte, sento l'aria che si infila nel naso e fischia, il lenzuolo che si muove al ritmo del mio respiro, su e giù, ma se l'aria va nel polmoni come spiegano a scuola perché a me si gonfia la pancia? Sento i denti che sfregano uno contro l'altro, sento la mascella che si muove, e la gola che manda giù la saliva. Mi sembra di sentire anche il sangue che corre nelle mie vene, che mi arriva nelle tempie, bum bum, se ci metto un dito mi accorgo che suona, forte, sempre più veloce. Sento che batte il ginocchio, sotto il lenzuolo, fa un rumore del diavolo, questa notte: mi dicono tutti che non ci devo pensare, ma questo rumore lo sento solo io, che ne sanno gli altri?

Temo che mi sentano, là fuori, eppure sto immobile, magari mi ascoltano anche i signori nelle macchine che indovino sfrecciare lontane, coperte di tante palline di pioggia, dopo la curva, verso le autostrade, verso un mondo grande grande che io conosco appena.


- Sei tu, papà?

Mi giro verso la sveglia sul comodino, ma tante volte ho contato quei due punti che lampeggiano in questa notte che non passa mai, i secondi che sono sempre più lenti, conto e non si arriva mai a sessanta, e mi sembra ieri che ho cominciato e invece sono passati appena dieci minuti. Come hai dormito? mi chiederà mamma, e io risponderò: bene, perché?, non voglio che sappia che non ho chiuso occhio, che il giornalino che mi ha comprato ieri e mi sembrava così colorato ora è grigio come tutto ciò che vedo qui intorno, nella mia stanza, solcata solo dalle lame di luce tenue che fanno fatica a passare attraverso le tapparelle, arrivano dai lampioni della strada, qui sotto.


- Sei tu, papà?

Non mi sente, ma so che è lui. Finalmente, non ce la facevo più ad aspettare. Lo immagino, nei movimenti che fa sempre, chissà da quanti anni, da prima che io nascessi di sicuro, chissà se quando era bambino aveva mai i pensieri e le paure che io ho adesso. Ha chiuso la porta del bagno, con la mente lo dipingo nei gesti che gli ho visto fare mille e mille volte quando mi infilavo in bagno e c'era lui, e mi guardava con uno sguardo bonario da sotto l'ascella, sento l'acqua che scorre, il getto forte, interrotto dalle sue mani, dalla lametta da barba, sento il tappo del barattolo della schiuma che si apre, il fruscio della crema che esce, come quel giorno che mi ero sporcato tutto in faccia, volevo somigliare a Babbo Natale, ma in casa non si erano divertiti troppo. Devo essermi addormentato, alla fine, lo sento dagli occhi che sono pesanti, impastati, lo vedo dai numeri della sveglia, rossi, che mi dicono che sono le sei e un quarto, di una mattina che non sarà come tante.

- Sveglia, Fabri. Ci sei?.

- Sì, sì, sono sveglio.

Eccome se ci sono, perché se papà e mamma non hanno voluto spiegarmi troppe cose, io so dove dobbiamo andare questa mattina, e quando metto i piedi a terra il pavimento è più freddo del solito, e quel rumore lo sento ancora, insistente, che parte da dentro, da chissà dove.

Ecco, caro Thomas, se avrai tempo di ascoltarmi, di seguirmi, vorrei raccontarti i miei pensieri di quell'alba d'inverno di tanti anni fa, e di quelli che seguirono. Della sveglia, delle mattonelle gelide, di papà che mi chiama, dell'acqua che mi paralizza mentre mi lavo la faccia - e le orecchie, Fabri, e anche il collo; sì, lo so, mi dici sempre le stesse cose, le rispondevo arrogante come soltanto i bambini sanno essere, spesso - del portone che si chiude alle nostre spalle, come tante, tantissime volte, sempre uguale. Solo che quella mattina non fu uguale a nessun'altra, in nessuno dei gesti automatici che mi ritrovai a ripetere, la colazione, il cappotto, il berretto con quel copriorecchie che ho sempre odiato. Scesi le scale, come fanno tutti i bambini, saltando i gradini a due a due, e alla fine gli ultimi quattro insieme, atterrando a piedi uniti sullo zerbino, come papà e mamma non volevano. Ma quella mattina stranamente non mi rimproverarono: ci ripensai molto tempo dopo, che quel salto a piè pari sarebbe stato l'ultimo.

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